Archive for giugno, 1987

La vita l’è una ruota…

mercoledì, giugno 10th, 1987

perlui_giu87_a.jpg O forse siamo noi che ci rincontriamo più giovani, come in “Ritorno al Futuro?” Questo articolo su “Come cambia la satira” va collocato nel sito di LMT, dato che l’ho conservato perchè è la band ad essere citata. Però il Memorial dei Teritals è bloccato per incautele tecniche, e dato che mi fa impressione che in quattro pagine di speciale si parli, fra l’altro, di: Gran Pavese Varietà (Syusy Blady, Patrizio Roversi, i Gemelli Ruggeri, Vito), “Tango”, Staino, “Satyricon”, Grillo, Mannelli, Pazienza, Kurt Vonnegut, Max Greggio, Vincino, “Zut”, Hendel, Cinzia Leone, Serra, “Il Vernacoliere”, “Drive In”, Paolo Rossi, Riondino, Saviane, Gino e Michele, “Lupo Solitario”, Antonio Ricci, Skiantos, Lino e i Mistoterital, Jacopo Fo, Maurizio Ferrini, Stefano Benni, intanto l’ho postato nel mio magazzinone. Riporto per dovere d’archivio solo il brano che mi riguarda direttamente, anche se tutto quello di cui si parla sarebbe diventato anche il mio vissuto di qui a pochi anni. Co-presenze, coincidenze notevoli, e rido acido nel leggere di chi voleva già allora, con giornali liberi e acuminati, dare un segnale di risveglio ”In mezzo a questa stampa addormentata”. Ma soprattutto mi fa sganassare (o disperare) la citazione finale, che riporto e non ripeto, perchè io, economicamente, certe cause proprio non me le posso permettere.

PER LUI mensile del gruppo Vogue
giugno 1987
Musica: SETTE NOTE DEMENZIALI

(l’immagine a colori di Lino e i Mistoterital che scappa fuori se cliccate l’immagine in questa pagina è la “foto ufficiale” del 1985. Proprietà LMT Foundation)

COME CAMBIA LA SATIRA

«Non c’è gusto in Italia ad essere Intelligenti», «Spaccare i timpani allo Stato», «Sono truzzo e me ne vanto». Fra slogan dissacranti e filosofie di puro nonsense, sono sempre più numerose le band che suonano per far ridere.

Si chiamava «Lupo solitario», proprio come il dj del film «American Graffiti», l’ultimo appuntamento comico-scatenato, andato in onda fino a pochi giorni fa, per quattro sere la settimana, su Italia Uno. «Un finto programma pirata», lo definisce Antonio Ricci, già ispiratore di «Drive in» oltre che responsabile di questo progetto «Una trasmissione che fingeva cli inserirsi nell’etere proponendo improbabili notiziari, assurdi documentari, spettacoli senza capo né coda. Tutto quello, in pratica, che non ero riuscito a inserire in “Drive in”». Al team-base di «Lupo solitario», il collaudatissimo Gran Pavese Varietà, toccava fare gli onori di casa, interpretare gli sketch, presentare video-clip e interventi esterni. Ma, nonostante il loro impegno che è riuscito, tra l’altro, a consacrarli come assi vincenti del nuovo umorismo televisivo), il vero punto di forza della rubrica è stato senza dubbio lo spazio dedicato al rock post-demenziale, «elemento portante», spiega ancora Ricci, «della nostra filosofia, una dissacrazione cialtrona della videoclip-mania più diffusa». Un’idea azzeccata, dunque, far comparire, riprese in vari locali milanesi, le band più significative del filone Little Tonno e la Corrente del (Golfo, Elio e le storie tese, I figli di Bubba, Panico alla Scala, L’invasione degli uomini Paprika. E, naturalmente, i capiscuola Skiantos, riformatisi da poco intorno al nucleo centrale di Roberto «Freak» Antoni e Dandy Bestia; gli altri componenti sono invece degli esordienti, in sostituzione di Stefano «Sbarbo» Cavedoni, Andy Bellachioma, Leo «Tormento» Pestoduro. Lo slogan ufficiale del gruppo, passato il periodo d’oro ’67-’69, è «Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti», e sono pronti a dimostrarlo con brani inediti, i primi dopo lo scioglimento di cinque anni fa e il fallito rientro dell’85 con «Ti spalmo la crema». Cos’è cambiato nel frattempo? «Una volta», spiega «Freak» Antoni, «la scelta demenziale era l’unica valvola di sfogo nei confronti di una società soffocante e irreggimentata in un business troppo serio anche dal punto di vista musicale. Oggi non esistono più le premesse politiche di una volta e si scherza su altre cose. Nemmeno noi, in fin dei conti, siamo più gli stessi. ieri lanciavamo ortaggi al pubblico, ora declamiamo con umiltà le nostre poesie». Ma pur se con risvolti meno «impegnati», tocca proprio a questi fremiti di ritorno dare uno scossone al carrozzone del rock made in Italy. Fanno fede le dichiarazioni di Lino e i Mistoterital (loro pseudonimi, Phil Anka, Ted Nylon, Lauro 0′ Cardighan, Bob Rodiatoce, Ronnie Shetland e Paul Syno), gruppo di Bologna fra i più interessanti «Ci battiamo contro il dilagante technopop, per una rivalutazione del vero rock e dei veri contenuti. Anche dei buoni sentimenti, certo siamo una band dai sani principi morali», afferma Roberto Grassilli, 26 anni, il loro front-man cantante. La Bibbia di Lino e i Mistoterital? La cassetta autoprodotta « Il prosciutto è cane». Il loro genere? «Un pop trifulgido, di tendenza pre-vival, new wafer e afro-parrocchiale essendo attivissimi soprattutto nel triangolo Bologna-Cento-San Pietro in Casale». Molto più affini allo «spiritaccio» dei sottoproletari di periferia sono i Truzzi Broders di Torino sul loro ultimo album «’nzalla» (ovvero, secondo il Dizionario «Truzzarelli» della lingua italiana, «soggetto pessimo nefando, ignominioso, scellerato, che commette atti turpi»), figurano brani a denominazione d’origine controllata. Qualche esempio? «Brigate rock», «Disperato blùs», «Addavent», «Disoccupato rappo». Ferocemente contrari alla «gnu ueiv», cantano a squarciagola l’inno dei suburbia prossimi venturi «Sono un truzzo e me ne vanto / te lo suono e te lo canto…». Più «intellettuali» i milanesi Panico alla Scala (vincitori, lo scorso anno, del concorso per giovani rocker, «Banderia», con lo pseudonimo di Gino e i maiali) otto ragazzi che si autonominavano profeti di una nuova corrente il «rock pre-volgare», che hanno poi abbandonato in favore del «movimento superfluo». Ieri, partivano da uno spunto semi-mistico «Gino è un’entità cosmica una forza superiore. I maiali siamo tutti noi. Vogliamo riscattare l’io maiale che è dentro ogni essere vivente», dicevano convinti mentre celebravano sfrenatamente il loro – il nostro – inconscio suino ritrovato. Acqua passata. « pre-volgare era un’avanguardia superata», afferma uno dei nuovi Panico alla Scala Marco Belluzzi 25 anni « nostro obiettivo di adesso è far si che il contenuto, travestito da richiamo accattivante perché “superfluo”, raggiunga e trafigga il cuore dell’ascoltatore».
Ben più agguerriti sono invece i tre de L’invasione degli uomini Paprika, capitanati dal figlio trentunenne di Dario Fo, Jacopo. «Siamo una diretta filiazione degli indiani metropolitani», spiega Jacopo Fo «E ci battiamo ancora contro lo Stato visto che non siamo riusciti a scuoterlo in altri modi, vediamo se riusciamo almeno a spaccargli i timpani». I mezzi preferiti per questa loro lotta sono «instant song» su temi d’attualità come «Gheddafi» («Gheddafi sei bellissimo / avvolto nel chador / il sorriso tuo bellissimo / ispira solo amor»), «Aids» («Perché Dio mi vuole bene / Sono immune sono immune / da piccolo ero molto buono / per questo ho avuto il condono») o «Chernobyl» («Mangio solo panna montata / Perché è più contaminata lo sono radiopatico, lo sei anche tu / la radioattività ci tira su»). Va detto comunque che il giovane Fo, nel campo dello sberleffo, non è certo un novellino vignettista, collaboratore prima de « Sale», poi de « Male», infine di «Tango», da alcune settimane è riuscito in un’impresa considerata da molti impossibile far rinascere « Male», compianto cavallo di battaglia di tutti i frondisti d’Italia del ’77 e dintorni. Il nome cambiato in un più stentoreo «Zut» (formato tabloid, settimanale, tutto a colori, in redazione «Vincino» Gallo, Sergio Saviane, Andrea Pazienza, Bruno D’Alfonso, per non citarne che alcuni), I’erede dei fasti perduti promette di mettere alla berlina i «soliti noti» del panorama italiano il Papa Spadolini, Andreotti, Craxi, Trussardi (protagonista-vittima di un fotoromanzo interpretato, fra gli altri, da Maurizio Ferrini e Paolo Hendel). Con un proposito serio («In mezzo a questa stampa addormentata, “Zut” sarà un segnale di risveglio, diretto anzitutto a noi stessi», promette Saviane), e con un’epigrafe, tratta da un verso di Stefano Benni «Cambia il valore delle cose / cambia il bello ed il brutto / ma Berlusconi è uno stronzo dappertutto».

Al Balestra