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cavaliero doppiopettuto

maggio 4, 1994

Eccovi un falso, falsissimo Gadda irrispettosamente recapitato a Lia Celi in occasione di una riccorrenza. Non si scandalizzino gli estimatori dell’Ingeniere Scrittore, che qui solo di bigliettini d’auguri si tratta :-P.

Roma, 4 maggio 1994 – I°
Dato che, a volé gguardà er lunario, se capisce se quarcosa s’ha da sapé, paracaddi dalle nuvole e m’accorsi che puro a uscio chiuso, con questurinica puntualità, il quatro de maggio s’era presentato al cospetto mio.
Consultai anzitutto, in certe carte di casa, vezze a più casalinghe istanze genetliache e onomastiche, la corretta datazione d’a ricurrenza. Non tanto per impossibile oblìo, datoché il mio ruolo di pertinace indagatore dei fatti m’ha reso tal quale n’agenda eletronica, piuttosto per quel “non so ché” de torpore torbido che me piglia finquando co’ l’uocchie mie non vedo sul papié riconosciuta la pertinenza dell’intuizione.
Era così: trentasei mesi. La giornata di ricorrenza s’alunnava nell’aula canicola e lucorosa della tutt’altro che mite primavera novantaquattro, abbacinante di fotosfera, rintronante della sovrana indecenza dell’ Arcoriano, il cavaliero doppiopettuto che di recente s’era preso Palazzo Chiggi e dallà, co’ tutti li paraculi sui, schiudeva ogni giorno il boccon del prete e a tutta apertura efecava indicibili cazzate.
Giorno fausto in deprecabile annata, richiedeva un pensiero transennante, sanitario al limite, una mélode capace di celebrazio remota da stu munno fetiente e bicolor biscionato.
Così decisi di scrivervi, Liuccia mia, con l’amistà serena e domestica del messaggio cartaceo, su cui altrove è redimito l’accademico e in qualche caso il poeta.
Alieno al circo di cellulari e faxi sbrigativi.
Un messaggio, un auspicio di incorruttibile felicità per l’amore nostro, intangibile all’irta succhia avidamente protesa dei tempi in corso, che nun ze po’ manco girà n’cristiano che se trova -che, che!- ‘scritto a Forzitaliamortacci sui.
Stanco, turbato , seccato del travai e della malinconica frigidità dei rapporti umani, voglio attestarvi ancora oggi il limpido assenso d’un’anima innamorata, anima che s’aggemella ad anima e con essa delinea il disegno della vita; voi, Lia mia, presenza ghermile, gheriglio del segreto stare sulla buccia dura der monno.
Raro int’a femmina” dice spesso il mio sovrastante dott. Fumi, omo abbittuato a trovar conforto in pratiche ginneo-estranianti, tutte versante Sparta e mestiere, oppure a menà li cani su pe’ l’Appennino. E così penso io: femmina rara voi siete, che avete fatto di quest’uomo di sferica e felinica indole un’inebriato cultore del tempo vissuto assieme, un ardito tesoriere dei ricordi di noi.
State sempre con me, a contà li aniversari, financo quelli brizzoluti e reumatici, tenendoci per mano, soavi e perduti nei respiri e nei guardi.
Roberto F. Ingravallo, (il ciccio)