Archive for novembre 21, 2003

Se stasera sono qui…

novembre 21, 2003

Due giorni dopo:

Riguardo la festa di venerdì scorso. Come direbbe Elephant Man: “grazie, siete (stati) tutti molto gentili con me“. Il piacere di registrare, per una volta dalla loro viva voce, i commenti degli amici che leggono la mia striscia ogni giorno. Bello, grazie. E oltremodo grazie a Gianluca :)

… il quale, peraltro, sta mettendo su GNU , in tempo reale, foto e commenti all’evento. Solo per feticisti del web e filatelici della jpg.


..è perchè vi voglio bene!
Se qualche frequentatore di queste paginette elettriche stasera sarà, dopo le 21,30 al FASTWEB FOYER di Via Sabina, 1 a Milano, mi vedrà aggirarmi munito di badge d’identificazione (non so il Socio quale ha preparato: se Net to Be, se Warehouse, se Vonorace…). A seguito di identificazione, patteggerò per saluto affettuoso e un brindisi dal vivo.

Lo Zio di Una Storia

novembre 18, 2003

Questo disegno è dell’ottobre 1989, fatto per incrementare il pacchetto di disegni da esporre ad una mostra. Avevo letto poco prima “Ritratto dell’autore da cucciolo” di Dylan Thomas, mi era piaciuto un sacco e avevo riso molto sull’ultimo racconto dell’antologia: “Una storia”.

Lo straripante “zio” di quelle pagine mi aveva sollecitato matite ed Ecoline, e questo è il risultato. Per vedere la tavola, cliccate sul faccione di Zio Thomas.
Poi però leggetevelo questo bel libro. Per darvi un’idea, ho messo l’incipit qui (potete altrimenti cliccare continua).
E fatevi una pinta alla salute di Mr. Dylan.

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Secondo ammaraggio

novembre 17, 2003

Io non avevo detto nulla, perchè mi pareva crudele chiedere agli amici di mettersi davanti a Radiodue la domenica mattina alle 10.00, solo per aspettare il meteorico intervento del sottoscritto nel programma di Sofri e di Emmebi. L’argomento poi, era di quelli da “ridatemi i soldi del biglietto“: i famosi paracadutini riemersi dai ricordi delle vacanze marinare. Comunque, il collegamento è in effetti avvenuto come previsto. Ciò che non prevedevo è stato l’intempestivo :-) apporto tecnico del Socio: mi ha beccato, registrato e messo online. Se qualcuno ha esaurito gli mp3, le suonerie del telefono, i rumori di fondo, il blalbla dei colleghi, se insomma si trova nella pressante necessità di rompere il silenzio, e solo in quel caso, può ascoltarsi il cazzeggio in stream scaricandoselo da GNUeconomy. Eccolo qui.

Clarencity

novembre 15, 2003

Prima di “Net To Be“, disegnavo per Clarence una strip tecnicamente più impervia, oltre che molto meno disponibile alla decifrazione.
Era “Clarencity“, che nelle mie intenzioni doveva riassumere e restituire in pochi riquadri “the magic” of Clarence Community.
Ambientata dentro e fuori dal mito cinematografico di Clarence Obody e del film di Frank Capra, da cui proviene tutta l’idea originaria del portale, la producevo con grande irregolarità, anche perchè il lavoro per la rete a quei tempi mi impegnava su altri e più insensati fronti.
Ogni strip era stra-disegnata, poi “mappata” interamente da Gianmarco Neri, che le rendeva così una specie di carta del tesoro (se andate a guardarvele, mi raccomando, cliccate sopra ai disegni a più non posso… :-)) da cui accedere a luoghi, segreti, biografie ecc… del “mondo a parte” di Clarence City. Se cliccate continua , trovate tutto l’elenco dei personaggi, dei luoghi e di altro ancora di quel particolarissimo fumetto.

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L’ultimo giorno

novembre 13, 2003

Una testimonianza estrema. L’ultimo uomo a lasciare gli uffici del “vecchio” Clarence ricorda per noi quei momenti toccanti. Non perdetevi le prossime righe di Gianmarco Neri.

Il mio ultimo giorno da dipendente di Clarence è stato ufficialmente venerdì 31 ottobre. Il vero ultimo giorno però è stato lunedì 3 novembre. Avrei dovuto soltanto raccogliere le mie cianfrusaglie e andarmene, ma ci sono un sacco di cose da fare l’ultimo giorno. Prima fra tutte mandare a cagare chi se lo è meritato. Non sarà elegante, ma a me piace.
Il problema è che ero rimasto solo io, fatta eccezione per un manipolo di comari che non facevano altro che parlare della consistenza della cacca e della fragorosità dei ruttini dei rispettivi figli.

E’ passato qualche giorno ormai e adesso mi piace ricordare alcune figure di secondo piano nella storia di Clarence, ma che considero fondamentali.
Il primo è l’uomocoltelefono. Trattasi di un dirigente poco più che trentenne che probabilmente è utilizzato a sua insaputa per studiare gli effetti provocati dalle radiazioni del cellulare sul cervello umano.

E’ dotato di auricolare che tiene perennemente arrotolato intorno alla testa per comodità.

Se qualcuno desiderava conoscere nel dettaglio le vicende societarie non doveva far altro che sedersi, aspettare che cominciasse le sue passeggiate e che raccontasse all’interlocutore tutti i cazzi della società. Piazzandosi più o meno al centro dell’ufficio si aveva la possibilità di sentire le sue interminabili telefonate nella loro interezza. Dopo un po’ secondo me se ne accorse e sviluppò una dote non comune: riusciva a pronunciare frasi interlocutorie per tutto l’interminabile tragitto che dal suo ufficio (l’ultimo) portava all’uscita.
Quando non era tanto in forma allungava le vocali. Riusciva a tenere una a anche per dieci passi.

Considerando che riceve una media di ottocento telefonate all’ora, il poveretto è dimagrito a vista d’occhio nel corso dei mesi e si sentiva costretto a uscire anche quando fuori nevicava.
Il fatto è che l’uomocoltelefono è anche simpatico. Tantissime volte si è avvicinato dandomi una pacca sulla spalla e chiedendomi: “Come stai?”.
Tutte le volte io cominciavo a rispondere “non c’è male” prima di accorgermi che stava parlando col suo interlocutore telefonico.

L’ultimo giorno c’era anche lui.

E’ passato come al solito due o trecento volte davanti alla reception e mi accorsi che dava sempre uno sguardo a una cassa di legno. A un certo punto andò in bagno e, vista la difficoltà di telefonare ed espletare le funzioni corporee contemporaneamente, sapevo che non sarebbe uscito prima di una decina di minuti.

Mi avvicinai alla cassa per vedere di cosa si trattasse. C’era scritto “Masseto ’00 – Tenuta dell’Ornellaia S.p.A.“.

Per chi non lo sapesse il Masseto è uno dei migliori vini italiani e forse del mondo.

Mi balenò in testa l’idea di aprire la cassa e sostituire le sei prestigiose bottiglie con altrettanti cartoni di Tavernello.

Vidi poi che il destinatario era proprio l’uomocoltelefono. Preso da un moto di tenerezza non riuscii a portare a termine l’operazione.

L’idea finale era quella di consegnare le sei bottiglie ad altrettanti barboni della stazione centrale, se non altro per rendere giustizia a un vino che almeno una volta sarebbe stato bevuto da un individuo che non avrebbe cercato un retrogusto di petali di rosa appassita o di tabacco bruciato.

Mentre stavo quasi per cambiare idea l’uomocoltelefono uscì dal bagno e controllò la sua cassa di Masseto.

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Delirak (per conoscenza: Mr. Rumsfield & co)

novembre 13, 2003

Con la pelle fredda dopo il trafiletto sul giornale
quando parla di lamiere e asfalto macchiato,
vi piango come l’amico lontano
mai più visto dalle medie
rubato una notte di nebbia.
Vi piango fratelli di catodico destino,
perchè credo al vostro straniamento,
alla vostra corporeità vanificata.
Alle ore di corsi d’addestramento,
ai vostri dubbi e ai piccoli furti di formaggio
per i bambini fuori, nei cocci umanitari.
Vi piango perchè eravamo assieme
nella casella tracciata
a sbrigare riti di automotivazione,
mentre il gioco sopra
la battaglia vera
si svolgeva lontano da voi e da me
e da questa cartapesta comica.

Di paracadutini e mucche gonfiabili

novembre 11, 2003

…si parla, com’è giusto, nell’appartamento di là, dai Teritals. Perchè vi si commemora uno dei miti poveri che costituivano materiale di costruzione per le funambolerie della band.

E poi sono stati citati più volte all’interno delle “bablate” di Tede Phil a metà di Sussidiario.

Per chi suona la campanella

novembre 11, 2003

J. G. Reader= Così imparate a non essere stati devoti qb all’Angelo Clarence.
A non aver amato, come si conviene, un Angelo di Prima Classe.
A non aver assimilato la sua aura benefica, non aver profittato del bene che voleva diffondere nella Rete.
Vi interessavano solo le Poponidi di Big, gli urli dei forum, la decerebrazione sincopata della chat. E sms, tanti, tanti, tanti, sms gratis.
Finchè son durati, Santo Clarence! E appena sono finiti: redazione di comunisti!
Vi meritate la deriva del web e le polemicuzze dei blog. Adieu.

Shangri-La= Un caso di sdoppiamento, Rob?

R:ob= Scusami, soffro di personalità multipla. In questi giorni poi, s’è acuita la sindrome.
J. G. Reader del resto era di solito così posato e ragionevole, non so cosa lo abbia irritato tanto.
Si dev’essere stufato di quell’altro, il Sindaco Bailey, che tende a giustificare e perdonare sempre tutto e tutti.
Lo confesso a te, che sai di cosa parlo: temo proprio che nel municipio di Clarence City (situato nel mio ipotalamo) si prepari una crisi di giunta.
La minoranza guidata dal Signor Chiocciola vuole la secessione della Community di Clarence da tutto il web entro gennaio.
Per andare dove non so, forse per tornare nell’universo del Nitrato d’Argento da cui provengono tutti, anche l’Angelo.
Ad ogni buon conto, lo psichiatra mi ha accorciato l’intervallo fra un sedativo e l’altro.

Invece Clarence ha solo cambiato grafica. E, definitivamente, i fuochisti.

Camera con vista

novembre 11, 2003

Il Socio è dovuto scendere a Firenze per riunioni. Lo so che lui non ama molto fare le trasferte da consulente, anzi, non ama fare le trasferte. Diciamola come sta: detesta scantonare dal percorso studio-soggiorno-cucina. Però questa volta, dalla finestra dell’albergo, vede una di quelle cose che aprono il cuore. Ecco cosa mi ha mandato mezz’ora fa con un MSS. Buonanotte Gianluca, e buoni sogni ribolliti.

Le stagioni di Fellini

novembre 7, 2003

Oggi fa un brutto definitivo. Con tutta questa pioggia la città di Federico Fellini si appresta ad omaggiare il suo Grande Mago locale con incontri di alto livello, e con un museo che apre oggi per la prima volta il suo portone rosso.

Io, da immigrato, e forse per questo più sensibile ai piccoli cambiamenti d’atmosfera, oggi sento l’odore di una stagione che finisce. Ma attenzione, da queste parti non si parla di “stagione” così, in maniera oziosa, come capita altrove. “LaStagione, per i rivieraschi, è ovviamente quella balneare, cento giorni che non possono chiamarsi semplicemente estate, dovrebbero avere un nome a parte, un appellativo che sa di ipertrofico e prepotente.

La Stagione” qui si mangia tutte le altre, e quando finisce lascia nella sabbia le vasche sotto sequestro, le assi inchiodate sulle porte degli alberghi, una quantità di uomini e donne nei caffè del centro che apparentemente non fanno nulla: a metà mattina si gustano un Montebianco caldo con la pasta e il giornale locale e hanno un’aria soddisfatta. I basettuti appoggiano il gomito alla tavola da surf immaginaria che sempre li accompagna e guardano le onde con facce da limoni dimenticati fuori dal frigo. Teresa Hagliocchisecchi non è con loro,
e purtroppo non possiamo più chiedere sue notizie a De Andrè. Titta e Baygon, c’è da giurarlo, stanno facendo da zero a dieci sull’arenile, scomettendo su quali bagnini prenderanno la multa.
Hanno costruito gli idromassaggi lì sulla spiaggia, perchè i turisti sennò scappano in Croazia, ma si poteva? Non si poteva?. Da più di cento anni Rimini fa la muta dell’esoscheletro ogni sei mesi, si rivolta sulla pancia d’estate, s’aggomitola e si ritira di là dalla ferrovia d’inverno, lontana dai gelati e dalle bandiere. Rimini che mi circonda da qualche tempo, ma solo da tre lati, perchè alle città di mare ne manca sempre uno.

Vivo quindi in un luogo con una sponda mentale in meno, un impasto di vite che verso est finisce di botto, davanti al vecchio mistero del mare.
Qui non si può, come in altri luoghi, come nella pianura da cui vengo io per esempio, immaginare che oltre quelle ultime case e quei pioppi ci sia ancora qualcosa, e qualcosa, e qualcos’altro che non conosciamo perchè indolenti e perchè non ci serve, tanto, inesorabilmente, lui continua a esserci. Fellini diceva che da lì arrivano i mostri, da quel lato mancante pieno di Adriatico.
Lui, del resto, arrivava da Roma raramente e con il mal di pancia, perchè i suoi mostri li aveva domati nei capannoni ermetici di Cinecittà e sapeva che qui, invece, circolavano ancora liberamente. Se oggi vivesse ancora, si arrenderebbe forse all’abbraccio tabaccaio e un po’ inquietante della sua città. Conclusa la sua lunga trasferta scontrosa, perdonato il bidone della casetta sul porto, (il regalo promesso dalle Autorevolezze Locali e mai ricevuto), si aggirerebbe in Piazzetta delle Poveracce con la Masina, lui sempre nervoso, lei trasparente, due vecchioni venerati.
Il Museo dedicato a lui, che inaugura proprio oggi vicino alla stazione, avrebbe messo in sicurezza da tempo i suoi famosi mostri, custodendoli con cura per tutti gli esploratori dei sogni del futuro.

Non conosco nessuno come i miei amici di Rimini, nessuno altrettanto soddisfatto di vivere nel luogo in cui è nato. E questo mi conferma un Fellini profondamente riminese, perchè dalle sue parole dedicate al borgo natìo esce sempre un senso di lontananza non pacificata, non sufficientemente elaborata dal transfer operato su pellicola.
Peccato che il regista si sia allontanato per sempre prima di aver scritto questo capitolo della sua antologia, le pagine in cui sarebbe probabilmente tornato alla sua Itaca cementificata.

A me viene da pensare che Federico Fellini, fermo incastonato nel tempo da un decina d’anni, sia stato finalmente raggiunto dalla sua città.
Che oggi ne apprezza in pieno la figura, se la gioca e se la studia e forse ha smesso anche di considerarla troppo grande per se’.
Chiusa dunque anche la stagione dell’indifferenza, il più famoso regista italiano da oggi risiede stabilmente fra queste persone, le sbircia, non visto, poi corre in via Clementini, nel suo museo, a buttar giù la loro caricatura.