Gli angoli di Jannacci

Roberto Grassilli appartiene alla categoria dei creativi multiformi che ha avuto in Enzo Jannacci uno dei suoi picchi più alti.
Fumettista, illustratore e cantante (con la rock-band di culto “Lino e i Mistoterital”), è anche lui parte dalla sontuosa squadra di artisti che comporranno la mostra “Gente d’altri tempi” (dal 10 dicembre al Castello Sforzesco di Milano).12122572_1489387964689570_1453360293413296059_n

Così Grassilli (di cui potete vedere un dettaglio dall’illustrazione “I soliti accordi”) ricorda il “suo” Jannacci:

«Non é “come” se Enzo Jannacci ci fosse sempre stato.
Lui c’era stato sempre, DAVVERO, nella mia vita. Dentro al televisore in bianco e nero, come la sua faccia smunta in contrasto con gli occhiali, a meravigliare me bambino. Tutti gli altri sorridenti e morbidi, lui spigoloso e smarrito. Mia nonna lo chiamava “Nacci“.
Dopo qualche anno, in combutta con Cochi e Renato: trasmissioni in orari ancora a rischio per me, primi tormentoni esilaranti, canzoni disperate che facevano ridere. “Baila Carrete, che te pago!”. Ed era lui sotto quel casco a guidare la moto che portava via Ponzoni e Pozzetto nella sigla finale.
Grazie mitica Rai dei ’60.

Poi un giovane professore, in quelle scuole medie già in odore di eskimo, me lo suona con la chitarra, sul prato. Lui, Gaber, Fo. Individuo il collegamento. Grazie Professore.

Epoca del cantautore trionfante: mentre tutti predicano, lui tira fuori un album come “Ci vuole orecchio” e assesta una ennesima zampata “con la forza di un leuùn“. Mi godo una sua esibizione con la fidanzatina, lo vedo dal vivo a Rimini che intrattiene e non perde un colpo. L’unica volta, purtroppo. O meglio: l’unica volta mentre fa spettacolo.

Io cresco, disegno, canto con una mia band stralunata per tutti gli anni’80. Jannacci spunta e contrappunta in tante occasioni. Capisco che ormai la sua é la dimensione di un “maestro”. Con la compagna più importante, quella con cui creo una famiglia, condivido anche l’amore, ormai intenerito, per le canzoni che entrambi sentivamo da bambini.
Aveva un taxi nero che andava col metano con una riga verde allo chassis…

Anni e canzoni, il lavoro mi porta spesso a Milano. In piena new-economy lo rivedo ancora una volta. Un fine serata, mii hanno riaccompagnato, sto per scendere dall’auto ma sul marciapiede qualcuno sta lì che guarda nel vuoto.
– Ma é …?
– Sembra proprio lui.. Sta male?
– Uhm…
– Aspettiamo un momento… Non andate… Un momento

In silenzio, dentro all’auto, stiamo fermi. Voglio dire: QUELLO é Jannacci. Nessuno vuole andare via se forse Jannacci sta male. Lui ha quella sua solita aria imprecisa… ma stavolta non é davanti a una telecamera. Dal giubbotto tira fuori una fiaschetta e beve un sorso. Si riavvia, gira l’angolo, la camminata é abbastanza rassicurante. Siamo tutti sollevati.

Due anni fa l’Enzo ha girato un angolo più serio. Ci siamo rimasti tutti male e da allora ci diamo da fare per trattenere il più possibile quello che ci ha lasciato. Io stavolta, per esempio, ho disegnato una sua canzone.»

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2 Responses to Gli angoli di Jannacci

  1. Fam says:

    Bel ricordo del grande Enzo. Un salto a vedere la mostra lo faccio volentieri.

  2. robgrassilli says:

    Fammi sapere se ti é piaciuta! 🙂

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