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Velia e Tinin

03/03/2017

Sarebbe grande, grande presunzione dichiararsi discendente, erede o anche solo discepolo della lezione artistica, umana, resistente di persone meravigliose come Velia e Tinin Mantegazza.
Il mondo che hanno creato, dal dopoguerra ad oggi, fatto di parole, teatro, figure, cabaret, televisione, pupazzi, mi ha semplicemente pervaso, anche quando non sapevo che c’erano loro dietro le quinte, al punto che forse, a buon titolo, potrei chiedere una adozione tardiva in qualità di cugino del verme Galileo, nipote del Cavalier Stampella, zio di Dodò dell’Albero Azzurro. Insomma, io so che vengo da quella nebulosa lì, che non assicura ne’ fama ne’ soldi, ma che può garantirti una sorta di eterna giovinezza.
L’ho constatato ieri, al Museo della Città di Rimini, dove mi sono trovato davanti due ragazzini impenitenti degli anni ’30 venuti a parlare di un libro. E fra lo stupore devozionale, la commozione, le risate per le cose raccontate dalla coppia e dall’invidiabile corona di amici romagnoli che li segue, non ho trovato la voce per chiedere l’adozione. Forse mi hanno distratto i timbri originali della partigiana Pierina, forse ero nervoso per tutte quelle presenze che percepivo nella sala: sono quasi sicuro che dagli arazzi ci osservassero molti dei compagni di lavoro e arte di Velia e Tinin, come Paolo Poli, Bruno Munari, Enzo Jannacci, Felice Andreasi, Gianni Rodari, Bruno Lauzi… Per tacer di quelli ancora in vita, in pratica il meglio della creatività Italica degli ultimi sessant’anni e oltre.
Quando finalmente mi sono ripreso, era tardi: i nostri eroi erano già ripartiti sul vascello del pirata Giacinto Acquaragia detto Polveriera, cantando a tutta voce la canzone della Filibusta! A presto ragazzi, buona vita!